venerdì 11 giugno 2010


DIECI PIU' DUE= UNO


A poche ore dal calcio d'inizio dei mondiali passiamo in rassegna le dieci potenziali candidate al titolo più due outsider di lusso. Dodici, ma solo una alzerà la coppa.





SPAGNA: favorita numero uno, anzi unica favorita se proprio vogliamo dirla tutta. Alzi la mano chi trova una squadra che giochi meglio, più amalgamata e con un 23 di così alto livello. Scaramanzie a parte, è l'ora di sfatare tabù ed inganni che la storia del pallone ha riservato a questa gloriosa nazionale. Rigori, arbitri, gomitate con sangue, pali e traverse ora basta, fatevi da parte e lasciate spazio all'incedere sontuoso dell' "Invencible Armada", squadra che può permettersi 3 portieri extra lusso e di lasciarne a casa altrettanti, squadra che a centrocampo vendemmia gioia di vivere con una dozzina di funamboli (tra convocati e convocabili) e che davanti morde come un crotalo. Del Bosque ha selezionato come meglio non poteva e se Senna poteva lasciarsi preferire a Javi Martinez per il resto chi è rimasto a casa non può imprecare contro ostracismi vari. Vero è che gente come Palop, Diego Lopez, Arteta, Cazorla, Guiza, Iraola, Pablo Hernandez, Joaquin entrerebbe di diritto nelle rose di molte delle altre candidate, però la completezza e organicità delle scelte del "baffone" non ammettono repliche di sorta. Girone da vincere, poi incrocio insidiosissimo negli ottavi: dopo quella gara si capiranno mille cose.

OLANDA: seconda favorita d'obbligo. Noblesse oblige. Robben, Van persie, Sneijder, Van der Vaart, Elia, Kuijt, Afellay..., bastano?? Un concentrato di talento che gli Harlem Globe Trotters impallidirebbero. Nelle amichevoli ha macellato avversari, nel girone di qualificazione 8 vittorie su 8. Cruccio in porta con l'abbandono di Van der Sar, qualche discrasia strutturale nella terza linea ma le due dighe di centrocampo deputate a ringhiare, De Jong e Van Bommel sono di denominazione d'origine controllata. Rimasti a casa il vecchio leone Van Nistelrooy, il talento di Bakkal e Beerens, l'apatia di Emanuelson, la freschezza del trio Feyenoord Fer, Biseswar, Wijnaldum, la geometria di Mendes da Silva, la forma stagionale di Loovens e Brama, l'irruenza di Drenthe. Oddio, dimenticavo: che non si arrivi ai rigori e che non ci si guardi troppo allo specchio e se non succederà arrivederci alla finale dell' undici luglio per sfatare una maledizione.


BRASILE: nonostante le cervellotiche convocazioni del "Cucciolo" il Brasile entra come terza favorita. Kleberson, Felipe Melo, Julio Baptista a centrocampo sono un insulto per i 200 rimasti a casa. Doni in porta vive di gratitudini ma Fabio, Bruno, Victor, Felipe, Diego Alves, Julio Sergio che ci stanno a parare a fare? Gilberto a sinistra è l'ultimo mostro partorito dall' italo-tedesco Dunga. Juan, Andrè Santos, Marcelo, Leo, Filipe Luis sono a revisione per la sostituzione del fegato. Il Brasile rischia di essere la favorita che esce subito subito, prima ancora che ci si inizi a divertire. Motivi? Due. Uno dettato dal girone, secondo perché tutta la batteria di giocatori dal centrocampo in su in questa stagione ha profondamente e compiutamente deluso in tutte le sperdute lande nelle quali ha giocato. Nomi? Eccoli: Kakà, Robinho, Luis Fabiano, Nilmar, Felipe Melo, Josuè, Elano, Julio Baptista. Salvi solo in parte Grafite (io stravedo per lui, perdonatemi), Gilberto Silva (doppietta, coppa, campionato in Grecia) e Ramires (non certo il più brillante di un Benfica scintillante). Si saranno risparmiati per il mondiale? Intanto Neymar, Paulo Henrique Ganso, André, Leo, Dentinho, Dagoberto, Hernanes, Richarlyson, Miranda, Diego Souza, Cleiton Xavier, Sandro, Andrezinho, Juan, Leo Moura, Douglas Costa, Jadson, Fernandinho, Ilsinho, Gerson Magrao, Leandro Almeida, Maicosuel, Renato Augusto, Carlos Eduardo, Naldo, Alex Costa, Alex Meschini, Alex de Souza, Andrè Santos, Cristian, Filipe Luis, Marcelo, Alexandre Pato, Ronaldinho, Hulk altri ancora più i portieri citati se ne staranno a sorseggiare un boccale ghiacciato di Brahma (portata dal Brasile) sulle spiagge delle isolette dell'oceano indiano che tanti calciatori attirano. In bocca al lupo per chi ha puntato soldoni sul Brasile vincitore!


INGHILTERRA: sfidare il mondo senza un portiere. Ecco quello che si prefigge l'Inghilterra di Sir Fabio per accarezzare il sogno di bissare la coppa casalinga del 1966. James sarebbe anche un buon portiere se non sbagliasse. Tra Hart e Green ci vuole cuore (Heart per la verità) per non rimanere al verde anche stavolta. Rio, il fiume più ricco al mondo, è rimasto a casa per un infortunio che sta accompagnando sentitamente il suo finale di carriera, Beckham aveva già lasciato la barca da tempo come Bridge, ma per motivi opposti. Ci aggrappiamo a Roooonaldo e alla sua spalla, ad un centrocampo di qualità e all'acqua santa. A casa Ashley Young ed Agbonlahor per via della stagione sottotono con il Villa (ma è un grave errore), at home il giovane portento Adam Johnson e l'ala che fu Walcott, a casa Huddlestone (incomprensibile) e qualche altro. Girone abbordabile, a differenza di quello delle qualificazioni trionfalmente vinto, poi insidie già dagli ottavi.


ARGENTINA: il suicidio di uno stato. Maradona è in grado di paralizzare una nazione dalle grandi prospettive più di quanto il vulcano islandese paralizzò l'Europa poco tempo fa. Scelte di naso con colpi di scena più che nei film di Stanley Kubrick. Nonostante la statura il Pibe ci ha abituato a colpi di testa letali per tutti. L'Argentina è l'unica nazionale nella quale i 23 che sono rimasti a casa sono più forti dei 23 condotti al macello in Sudafrica. Lucho Gonzales, Lisandro Lopez, Riquelme, Cambiasso, Banega, Gaitan, Zanetti, Aimar, Saviola, D'Alessandro, Ansaldi, Perotti, Gonzalo Rodriguez, Lavezzi, Zarate, Bergessio. E se molti di questi sarebbero stati doppioni dei magnifici cinque (Messi, Aguero, Tevez, Higuain, Milito), trovare un posto in più (Lisandro Lopez magari) lasciando a casa Martin "El Loco" Palermo sarebbe stato un atto di riconoscenza dovuto alla seleccion e di non riconoscenza a chi pur avendo praticamente fatto staccare il pass all'albiceleste, ha quasi trentasette primavere sul groppone. Bolatti, Veron e Garcè dentro lasciano poi letteralmente ghiacciati, senza speranze, senza illusioni di veder rinsavire un intero staff in preda a deliri schizofrenici. Se l'Argentina porterà a casa il mondiale non mi si venga più ad insinuare che i tecnici nel calcio contino più dello 0.5 %. Fatti tutti questi debiti preamboli, la nazionale argentina ha comunque carente in tutti e tre i guardameta e in una difesa statica e priva (nei potenziali titolari) di terzini di ruolo.


GERMANIA: i tedeschi si posizionano al sesto posto nella griglia perché la lucentezza di tutte le amichevoli premondiali disputate non può essere sono un abbaglio pre estivo. Gioco, velocità nell'eseguirlo, forze fresche e un far fronte agli infortuni in maniera efficace mi fa rivalutare questa banda di ragazzini che ha rifornito la Germania a livello giovanile negli ultimi due anni come non mai (Europei under 17, 19, e 21). Out per infortuni Ballack, Westermann, Adler, Trasch, Rolfes, out per scelte tecniche gentner, Riether, Hummels, Schaefer, Beck, Kuranyi. Loew si affida a sei ancora in età da under 21, a tre 1987, a un 1986, a tre 1985 ed a quattro 1984: un asilo nido insomma...
Portieri forti, nonostante l'assenza di Adler (e quella ben più dolorosa di Enke), difesa da registrare al centro e a rischio folate di vento e velocità, centrocampo flessibile e tanto, tanto movimento davanti dove Ozil e Marin (i due Werder) pare cogliano prendersi tutta per loro la scena mondiale.


FRANCIA: Domenech o no, prima di dare la Francia per spacciata ci penserei non una e nemmeno due, ma almeno tre volte. Non più Zidane, Henry che manda in campo il cugino della Guadalupa, Ribery alle prese con le donnacce, Benzema lasciato a riflettere su ragazzine (vedi Ribery) e Madrid, Ben Arfa dimenticato colpevolmente (come Nasri), Lassana Diarra ammalatosi e Moussa Sissoko al quale non è stata data la chance. Difesa che ha dimenticato nell'Esagono Fanni, Rami, Escudé e Cissokho ma in quanto a talento la Francia è pur sempre la Francia. Detto che in porta non ci sono fenomeni e Lloris è tutto fuorché un grande portiere (Mandanda ha fisico da vendere e tecnica da comprare), per il resto il tecnico più antipatico del secolo e che si farà da parte dopo i mondiali, potrà contare su una squadra che parte a fari spenti, e rotti, aggiungerei io. La mano galeotta di Henry che ha qualificato (ma non che senza la mano l'Irlanda sarebbe arrivata ai mondiali, visto che c'erano comunque i rigori: a meno che i profeti pro Irlanda non sapessero già lo sviluppo dei medesimi...) i transalpini costerà a livello di immagine, ma appena Malouda, Gourcuff e Ribery delizieranno la platea tutto sarà presto finito nel capitolo oblio.


PORTOGALLO: come non mettere i lusitani del Ronaldo vero tra i favoriti, in fondo ma tra quelli. Peccato che il mosaico di Queiroz abbia perso, cammin facendo, gente del valore assoluto come Bosingwa e Nani e che lo stesso non abbia portato con se fior di centrocampisti come Joao Moutinho e Manelele (Manuel Fernandes) ma il recupero fisico in extremis del violento campione Pepe è garanzia in una difesa che può già contare con gente al top nel ruolo come Bruno Alves, Ricardo Carvalho (Fernando Meira uscito dal giro). Un centrocampo un po' troppo lineare e muscolare (Raul Meireles, Pedro Mendes, Miguel Veloso, Tiago) e un attacco che ha trovato il fromboliere nel brasiliano Liedson accompagnato da trequartisti ed ali di tutto rispetto (Danny, Simao, Deco). Uscire dal girone sarà comunque un'impresa, poi c'è la...SPAGNA, forse!


ITALIA: si è ritornati ai primi anni ottanta quando il Partito Comunista era al suo massimo storico e Berlinguer era l'icona degli operai. Una squadra di metalmeccanici nella quale è proibito dalla costituzione (anche quella materna) distillare classe e una nazione-nazionale che per trovare un dribblatore è dovuta andare a scovare uno sconosciuto argentino nel campionato messicano e naturalizzarlo in fretta e furia. 60 milioni di abitanti e talenti filtrati col contagocce manco si fosse nel periodo della "grande depressione" del 1929. Tre con qualità lasciati a fare la muffa a casa (Balotelli, Cassano e l'infortunato Miccoli), due che vivono dell'ostracismo, del provincialismo e dell'ottusità del C.T. che non chiama gente che gioca all'estero (Rossi e Diamanti), quindi a sorreggere le speranze azzurre è rimasta solo la cabala e il girone (il più comodo): 1-1 con la Svizzera nelle amichevoli premondiali del 1982 e del 2006. Un paese di scaramantici e scommettitori ha già trovato l'ancora cui aggrapparsi (oltre a Buffon).


COSTA D'AVORIO: per talento superiore ad altre ma Africa è Africa cari amisci (come direbbe Altafini). In più c'è Eriksson e se due indizi fanno una prova allora mi sa che anche per questa volta dovremmo accontentarci di vedere sfilare gli Elefanti per tornare nella riserva in un batter d'occhio. Drogba giocherà pure col braccio rotto e questo è il terzo indizio che dovrebbe mettere la pietra tombale sulle speranze (altrimenti legittime) ivoriane di issarsi tra le prime 4 del mondo. Tolto il portiere non manca nulla, forse qualche ricambio, ma 15-16 giocatori sono top class nei rispettivi ruoli. L'attacco può essere micidiale (Kalou, A.K Keita, Gervinho, Drogba) per tutti...


SERBIA: prima delle due outsider di lusso. Difesa da sogno, forse la migliore della rassegna nei quattro titolari (Ivanovic-Subotic-Vidic-Kolarov), portiere tra i più scadenti del mondiale, centrocampo più robusto che qualitativo (ma Jovanovic non si scambia con nessuno per classe) e con ricambi adeguati, attacco ridotto all'osso e senza troppo talento. serviranno i cross di Krasic per i 202 centimetri di Zigic o le incursioni di Stankovic e/o Kacar, Kuzmanovic, Ninkovic, il giovane Petrovic sempre che Milijas non faccia solo un ruolo di copertura.


CAMERUN: Le Guen ha in mano un gioiellino, forgiato quasi esclusivamente da lui ma non so se si renda conto che questa squadra ha potenziali per andare molto avanti (visto anche girone e accoppiamenti futuribili) a patto che con una mossa coraggiosa metta da parte alcuni senatori oramai inabili per questi livelli. Ottime tante scelte, come quelle di naturalizzare Matip e Choupo Moting (tedeschi-cemerunensi), Bassong e Bong (quest'ultimo nato in Camerun) che vanno a rinverdire una rosa composta già da elementi di spicco in ogni settore: Kameni, N'Koulou, Assou-Ekotto, Chedjou, M'Bia, Emana, Makoun, Enoh, Alexandre Song. In attacco non solo Eto'o, ma anche Webo positivo a Maiorca, Idrissou fisico e tecnico allo stesso tempo. Insomma, se Le Guen eviterà di fidarsi dei vecchietti Rigobert Song e Geremi Njitap e dara spazio alla linea verde ne vedremo delle belle e chi si parerà di fronte ai Leoni rischia di non avere un bel ricordo.

mercoledì 21 aprile 2010



BUS...COTTI??




Breve analisi del pre gara tra Bayern e Lione.


La seconda semifinale di Champions League vedrà di fronte all'Allianz Arena due squadre che si sono già affrontate più volte in questa manifestazione e il cui penultimo atto è stato giusto un anno orsono nella fase a gironi. Siccome cabala e ricorsi storici fanno storia a se e lasciano il tempo che trovano, lo scontro di stasera assumerà caratteristiche proprie e peculiari di una gara che spalancherà per il 50% le porte del Santiago Bernabeu.
Se in casa tedesca gli investimenti estivi lasciavano intendere una stagione da forti tinte rosso passione, l'inizio di stagione presagiva a nefaste sventure mentre sulle sponde del Rodano la mini rivoluzione voluta da Aulas non era finalizzata ad abbattere il tabù oramai consolidato dell'ostacolo quarti di finale proprio per questa stagione. Invece i savoiardi sono stati proiettati in semifinale dopo un sanguinolento scontro fratricida con il Bordeaux che ha avuto ripercussioni anche nella recente giornata di Ligue 1.
La gara di stasera apre quindi orizzonti e prelude a scenari che sia nell'una che nell'altra sponda appena qualche mese fa apparivano soltanto sbiadite chimere cui non dar troppo seguito.
Il Bayern arriva a questa semifinale dopo aver violentato la Juventus a Torino in una gara decisiva per le sorti del suo mentore Van Gaal e che ha permesso di rimanere aggrappati alla competizione. I due turni ad eliminazione diretta hanno visto prevalere i bavaresi dopo sofferenze indicibili ed in seguito a risultati speculari sia con la Fiorentina che contro lo United che hanno mostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, la capacità di restare in gara anche a risultato quasi compromesso, mantenendo sempre ferma la fede nelle proprie qualità ed il filo conduttore del gioco propositivo a corroborare questa fede e fungere da grimaldello per squartare le certezze altrui. Avere sempre la convinzione del potercela fare sembra un "refrain" che ottiene il premio della Dea Bendata quando ci si presenta per la riscossione al termine dei 180 minuti.
Il Lione ci giunge dopo esser passato al Bernabeu e aver saccheggiato gli ori e gli umori di Florentino spianando la corazzata Merengue, forgiata quest'ultima, nell'illusoria certezza che la carica dei 300 (milioni) avrebbe potuto condurre direttamente in Paradiso senza dover aspettare nemmeno un istante nella "sala d'attesa" del Purgatorio e ci giunge dopo il derby sopra menzionato con gli aquitani del Bordeaux.
I punti di forza dei bavaresi risiedono in questa spiccata dote di autostima e l'autoconvincimento che nessun valico è insormontabile. La coppia di ali rinascimentali Robben-Ribery permette all'aeromobile di mantenere il volo proprio quando la tempesta tropicale che si abbatte sulla retroguardia del velivolo lascerebbe prospettare un inabissamento. La solidità mentale inculcata dal sergente Van Gaal, ed un Olic dal cuore grande così fanno il resto. Dietro invece sembra di essere al carnevale di Rio, si balla che è un piacere e le garanzie offerte dal quartetto Butt, Van Buyten, Demichelis, Contento (o Badstuber) sono le stesse dei bond argentini. Butt impacciato, persino demodé nei suoi goffi interventi, Demichelis spesso fuori tempo e portato ad iniziare l'azione palla al piede sapendo di mettere in difficoltà l'intero reparto a palla persa (quasi una regola), Van Buyten regala gli unici momenti di luce ed è pericoloso davanti sui calci piazzati (meglio se sono angoli), ma se imbrocca la serata no, (e visto il compagno di reparto...), sono dolori per l'intera retroguardia. Difesa che a sinistra ha scoperto "paisà" Contento e lanciato in orbita il minorenne Alaba perchè Braafheid è stato spedito a farsi le ossa a Glasgow e Pranjic rimodellato centrocampista esterno od interno ma giammai terzino sinistro, ruolo nel quale si è disimpegnato maldestramente anche Badstuber nella serata da sogno nel teatro di Manchester. Questa sera in mezzo al campo mancherà il falegname Van Bommel (al suo posto Pranjic) e Olic sarà supportato da un Muller non troppo a suo agio nel mantenere il ruolo di grande promessa del calcio teutonico.
Il Lione arriverà in Baviera dopo quasi 800 ore di bus, con la certezza di potercela fare avendo una squadra solida ed equilibrata con una difesa ben più organica dei rivali e al completo nel suo schieramento abituale. Lloris sarà il titolare francese in Sudafrica, Reveillère dovrà fronteggiare il compagno di nazionale Ribery (potrebbe trovarsi l' alternativa Robben, cioè come cadere dalla padella alla brace), Cris e Toulalan ricomporranno la coppia centrale, mentre il franco-senegalese Aly Cissokho dovrà fare molta attenzione nelle sporadiche salite visto che dirimpetto troverà quel Robben che ha mandato lo Schalke a casa in semifinale di Coppa di Germania con un gol sontuoso, prima aveva spedito i Della Valle a recriminare dopo aver ripulito dalle ragnatele il sette di una porta del "Franchi" e a Manchester ha deciso di trasformarsi in circense quando con una volèe bella, chirurgica e spettacolare ha trasformato in realtà il cammino verso Madrid della squadra di Van Gaal. Cissokho avrà ordini ben precisi, impartitigli da Puel, di evitare le consuete sgroppate sulla sinistra, ma anche solo 2,3 distrazioni potrebbero essere fatali. In questo senso la copertura ed i raddoppi del centrocampo saranno linfa vitale per l'ex Porto. Zona mediana dove dovrebbero attuare opera di schermatura il recuperato Jean Makoun ed il giovane Gonalons, mentre i tre che dovrebbero partire titolari dietro la punta Lisandro dovrebbero essere Pjanic al centro, Michel Bastos a sinistra e Delgado a destra. L'arma letale Lisandro potrebbe essere mortifera per la cerniera centrale bavarese con il suo gioco ad elastico fatto di accelerazioni sul filo dell'offside, così come le incursioni di Bastos sul lato di un Lahm che potrebbe prediligere la proposizione nella catena di destra sovrapponendosi a Robben e lasciando quindi invitanti varchi per il veloce brasiliano. Attenzione alle punizioni di Pjanic, autentico specialista ed in qualche modo erede dell'indimenticato Juninho Pernambucano, sempre che Puel non gli prediliga un altro esecutore di tiri piazzati come lo svdese Kallstroem, più rivolto al gioco di copertura e massiccio quanto basta per rafforzare una mediana che già conta sull'appoggio del corpulento Gonalons.



giovedì 1 aprile 2010


GIOVEDI'...SANTO!








Finalmente la Coppa Uefa, o come diavolo la chiamano in questi tempi moderni dove hanno trasformato la vecchia, dolce e rassicurante Coppa Campioni in un circo in cui non manca più nulla, compresi arbitraggi clownistici e museo degli...errori che ha visto una due giorni di quarti di finale con gare a tratti raccapriccianti (Bayern-Manchester United, primo tempo di Inter-Cska) per un presunto spettacolo calcistico ai massimi livelli che dire che lascia a desiderare è puro eufemismo. La mia lotta eterna a favore della Coppa Uefa non deve lasciare però indifferenti color che leggono queste disperate righe da ultimo dei Mohicani perché tra sedicesimi ed ottavi ha regalato secchiate di spettacolo e il ritorno degli ottavi sarebbe buona regola definire epico tante sono state le emozioni, il gioco spettacolare, le rimonte cercate e riuscite, quelle mancate per un soffio, al termine di 8 gare che hanno portato in dote gran calcio e 34 reti, 8 gol a partita di media.
Proviamo quindi a tracciare (per quanto possibile) il quadro di questi quarti di finale mediante una breve analisi.

FULHAM-WOLFSBURG: la prima pallina estratta da Uwe Seeler, indimenticato bomber amburghese, conteneva il bigliettino di quel Fulham al quale in molti avevano cantato il Requiem al momento dell'accoppiamento con la Juventus e ancor di più dopo la gara d'andata persa per 3-1 in quel di Torino. Invece la mirabile prestazione del Cottage ha sovvertito match e pronostici affrettati. I londinesi capeggiati da Roy Hodgson, dopo esser usciti vivi per il rotto della cuffia ma meritatamente dal gruppo E, hanno eliminato di seguito i campioni in carica dello Shakhtar e la Juventus, due delle presunte favorite. E se con gli ucraini la buona sorte è stata dalla loro in entrambi i match (impressionante il tambureggiamento al quale sono stati sottoposti a Donetsk) la rimonta coi torinesi è stata perentoria e senza appello. Prima assoluta per i Cottagers a questo stadio della manifestazione, aspetto che li accomuna agli avversari tedeschi, la formazione dello scozzese si fonda su un organico di buon livello nel quale spiccano elementi di estrema valenza tecnica e prestigio internazionale quali Schwarzer, Hangeland, Duff, Dempsey e Zamora (oltre all'infortunato Andy Johnson) per un 4-4-2 omogeneo e lineare che patisce un po' di rigidità in trasferta ma che si produce in esibizioni brillanti e piene di verve tra le mura antiche ed amiche del Craven Cottage, tra gli stadi maggiormente "vintage" dell'intera piramide calcistica inglese. I bianchi sono stati accoppiati ai campioni uscenti della Bundesliga, quel Wolfsburg che l'anno passato ha macinato gli avversari in patria grazie ad un tecnico vincente (Magath) e ad un tridente offensivo per il quale nessun'iperbole andrebbe sprecata. Misimovic dietro ai frombolieri Dzeko e Grafite è un terzetto che poche squadre europee hanno il vanto di possedere ed è stato la chiave del primo storico successo in Bundesliga della squadra della città della Volkswagen. A mal partito nel rispettivo girone di Champions, i verdi sono stati dirottati in Uefa dove hanno dapprima superato il difficile ostacolo spagnolo del Villarreal e poi il duplice campione di Russia: il sorprendente Rubin Kazan che ha fatto vedere i sorci verdi ai...verdi, in entrambe le gare. Scampati per miracolo dall'eliminazione contro i tartari in una gara di ritorno decisamente aperta, dai mille sviluppi e decisasi al 120° minuto, i giocatori del neo tecnico Kostner (subentrato alla deprimente gestione Veh) puntano forte al successo in questa manifestazione anche perché il distacco nel torneo interno è tale da rendere al momento utopico l'obiettivo europeo per la stagione ventura. Compagine dal potenziale estremamente elevato in tutti i settori del campo si dispone in campo col modulo cosiddetto a "rombo" in cui il vertice basso e il nazionale brasiliano Josué mentre ai lati giostrano abitualmente i neo nazionali tedeschi Riether (destra) e Gentner (sinistra). Il vertice avanzato a quel Misimovic cui abbiamo accennato pocanzi e che serve da rampa di lancio per le due bocche di fuoco sopra dette.Il Wolfsburg ha l'occasione di raggiungere una semifinale che potrebbe vederla affrontare un derby fratricida contro l'Amburgo in un appuntamento con la storia che la cittadina (120.000 ab.) della Bassa Sassonia non vuole fallire .
Gara aperta ad ogni pronostico che dovrebbe decidersi sul filo di lana al termine dei 180 minuti (se basteranno).


AMBURGO-STANDARD LIEGI: sfida inedita anche quella tra tedeschi e belgi e rinnovato duello della formazione del nord Germania con una belga dopo aver sofferto per l'eliminazione dell'Anderlecht nel turno precedente. Cammino apparentemente in scioltezza per i valloni che dopo aver acciuffato per un..."Bolat" la qualificazione ai sedicesimi Uefa (ricordiamo tutti il gol allo scadere contro l'AZ nei gruppi Champions) si è trovata ad affrontare squadre che non appartengono a paesi del gotha continentale: Austria (Salisburgo) e Grecia (PAO) per planare in terra di Germania, nella città dove si disputerà la finale della corrente edizione. Amburgo abbonato a squadre del Benelux visto che proprio il debutto della fase ad eliminazione diretta l'aveva visto eliminare in sofferenza il PSV di Rutten. Già ai quarti lo scorso anno, la formazione tra le otto con il maggior numero di gettoni nella Coppa Uefa (vecchia e nuova edizione), parte con i favori del pronostico sbilanciati a proprio favore. Un organico d'eccellenza con quattro punte stellari (Van Nistelrooy, Petric, Berg e Guerrero), ali, rifinitori e mezze punte di enorme talento (Trochowski, Elia, Pitroipa, Torun), una mediana solida (Jarolim, Ze Roberto, Aogo, Rincon) e una difesa d'esperienza e gioventù (Mathijsen, Rozehnal, Rost, Demel per la prima qualità, J. Boateng e Jansen per la seguente) per un 4-4-2 che non può che far inserire di diritto l'HSV 2009-2010 guidato da Labbadia tra le massime favorite alla vittoria finale del trofeo. Lo Standard l'ultima volta che si è trovata di fronte l'ostacolo quarti di finale (81-82) è arrivata sino in fondo disputando la finale di Coppa delle Coppe col Barcellona (finale persa per 2-1 al Camp Nou). Il neo tecnico dei valloni D'Onofrio si basa su un sistema 4-3-1-2 oppure utilizza il cosiddetto "albero di Natale" (4-3-2-1) in cui gli uomini di centrocampo ed attacco ricoprono il ruolo di stelle della squadra di Liegi. Jovanovic, Witsel e Defour sono gli elementi di classe cristallina mentre il naturalizzato belga (è brasiliano) De Camargo e il congolese (ex Zaire) Mbokani ci mettono fisico e tecnica per completare un quintetto che nelle giornate di vena è decisamente temibile. squadra ostica e inafferrabile dal punto di vista del pronostico, ne sanno qualcosa Liverpool (che l'anno scorso ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie nel terzo turno preliminare della scorsa Champions), l'Everton (squadra affrontata successivamente ed eliminata nel primo turno di Coppa Uefa), e Stoccarda, Sampdoria, Siviglia e Partizan tutte finite in fila ai belgi nel gironcino della stessa Uefa 2008-09.


VALENCIA-ATLETICO MADRID: l'altra parte del tabellone di stile tennistico ha fatto sì che la sorte mettesse di fronte Valencia ed Atletico Madrid per il 41 derby spagnolo nelle coppe europee che, comunque vada, garantirà alla nazione iberica una presenza in semifinale a distanza di appena tre anni dall'ultima massiccia presenza spagnola in questa fase della manifestazione. La stagione 2006-07 vide la presenza di tre squadre spagnole su quattro nel carré finale (Espanyol, Osasuna e Siviglia, poi vincitrice contro i catalani ai penalties) con il solo werder ha insinuarsi tra l'egemonia del paese dei tori. Atletico reduce da un'annata fatta di molti bassi e qualche acuto, essenziale però per aggiudicarsi un posto nella finale della Copa del Rey e per arrivare, seppur a stento a questi quarti di uefa. Dopo un girone di Champions aberrante con appena 3 punti incamerati e a parità di classifica coi ciprioti (!) dell'Apoel Nicosia, nonostante anche una differenza reti peggiore degli isolani, aver fatto valere la legge del doppio confronto (1-1 a Nicosia e...0-0 al Calderon) dimostra già da se quanto la stagione dei "colchoneros" sia stata tarvagliata. Superato a fatica (e con l'aiuto di un imbarazzante Rocchi, arbitro della gara di ritorno ad Istanbul) il Galatasaray della vecchia conoscenza spagnola Rijkaard, nel turno successivo ha estromesso uno Sporting Lisbona in totale disarmo nella Superliga portoghese ma che è riuscito quasi nell'intento di "gambizzare" gli uomini di Quique Flores (per lui un altro derby, visto che lo scorso anno allenava il Benfica). Quique Flores, che afrfronterà la squadra dove ha trascorso quasi tutta la sua carriera da calciatore e dove ha allenato prima di approdare in Portogallo, in sella da ottobre applica il classico modulo molto in voga in Spagna, quel 4-2-3-1 con il "doble pivote" davanti ad una difesa da "incubo" nella quale spiccano le nefandezze di Perea, icona colombiana dell'anti-difensore. La forza della squadra risiede nel quartetto offensivo, da destra a sinistra Reyes-Aguero-Simao e leggermente più avanzato del Kun, il pistolero Forlan, autentica macchina che sforna reti. Largamente arretrato nella Liga, l'Atletico copero versione 2009-10 potrebbe sfruttare queste occasioni per incamerare qualche trofeo in una bacheca impolverata e che reclama "visite" dalla stagione 1995-96, quella del "doblete" Coppa e Campionato con al timone il serbo Antic e Caminero, Pantic, Kiko e Penev guide sul campo.
Il Valencia, terza forza della Liga, sia per classifica che per organico, approda a questo stato della competizione dopo un turno comodo contro il Bruges (ma risolto ai supplementari causa uno Stijnen, portiere dei belgi, superlativo) e uno molto arduo ma altrettanto spettacolare contro la banda offensivista capeggiata da "baffone" Schaaf, uno che non concepisce altro sistema che non sia l'attacco all'arma bianca per 90 minuti più recupero eventuale. Dopo l'1-1 del Mestalla (viziato da un arbitraggio comico dell'inglese Atkinson: vedere rigore assegnato ai tedeschi al riguardo), la gara in Germania è stata un continuo alternarsi di fuochi d'artificio ed alla fine della rassegna pirotecnica i "che" hanno avuto la meglio, anche grazie ad un Villa mortifero a tutte la latitudini in cui viene posto un pallone da calciare. Unai Emery, basco di Hondarribia, è anche lui un adepto del 4-2-3-1 con Banega e Marchena volanti (o anche Albelda e Baraja, ovvero Maduro e "Manelele" Manuel Fernandes. Ma l'argentino è un punto fisso e insostituibile nell'ingranaggio di Emery come collante tra difesa ed attacco) davanti ai 4 difensori mentre il poker offensivo è tra i più esplosivi del pianeta. Villa accompagnato da Mata a sinistra, Silva appena dietro e Joaquin a destra. Tutti giocatori con posizioni interscambiabili e sostituibili da gente del calibro di Pablo Hernandez, Jordi Alba, Vicente (se mai tornasse quello pre infortunio) o il "Chori" Dominguez. Insomma: non si può dire che al vulcanico (per come vive le gare da bordo campo: un vero spettacolo) Unai manchi la materia prima...! Passando eventualmente questo turno, per il Valencia potrebbero aprirsi le porte dell'amarcord con il ritorno al Luis Casanova di Benitez, non certo uno che sia passato inosservato da queste parti...!


BENFICA-LIVERPOOL. probabilmente è il quarto più rilevante dal punto di vista tecnico, forse sarà il più combattuto, sicuramente è quello con più lignaggio visto che stiamo parlando di due autentiche big del calcio continentale. Il Benfica tenta di ritornarci attraverso un'oculata ma al tempo stesso faraonica campagna di rafforzamento che ha visto il manager Rui Costa condurre al Da Luz diversi pezzi pregiati del mercato internazionale. Tra questi emerge la figura del rosarino Angel Di Maria, devastante ala di appena 22 anni e destinato ad una carriera luminosissima. allo stato attuale pare che il suo valore si aggiri sui 40 milioni di euro ma è probabile che dopo i mondiali possa scatenarsi un'asta a colpi di sterline sempre che Florentino o Guardiola non decidano di intromettersi. Il Benfica versione Jorge Jesus, pragmatico e spettacolare tecnico dei lusitani, ex Braga, è una squadra completa perché racchiude caratteristiche fisiche e tecniche in tale e tanta quantità da poter esser definita la vera grande fuori dal circuito dei 5 top campionati (Inghilterra, Germania, Spagna, Francia ed Italia). una compagine che potrebbe disputare al vertice qualsiasi di questi tornei risultando la terza forza solo in Premier e nella Liga del duopolio, ma lo affermo senza tema di smentite, potrebbe vincere i campionati di Francia, Germania ed Italia. Completa, organica, un gioco che esalta tecnica e ritmo, il lavoro di Jesus sta dando frutti anche in campionato che spera di rivincere (ha 6 punti di vantaggio sul Braga) dopo cinque anni di astinenza. La formazione base si schiera con un 4-4-2 col sistema del rombo e prevede l'impiego di giocatori dal profilo tecnico molto elevato escludendo il ruolo del portiere conteso tra Quim e Julio Cesar. La coppia di centrali difensivi è tra le migliori e complementari del Continente (il pelato Luisao e il riccioluto David Luiz), sulle fasce agiscono il tamburino uruguaiano Maxi Pereira a destra e il biondo fabio Coentrao a sinistra. Vertice basso del quartetto di centrocampo e quel Javi Garcia molto promettente ai tempi delle giovanili del Real e nelle nazionali spagnole. Esterni: a destra il titolare della nazionale verdeoro, Ramires, a sinistra il portento Di Maria, in rifinitura Aimar e i due stoccatori sono "el conejo" Saviola, seconda punta e Oscar Cardozo, gigante paraguaiano dal tiro al fulmicotone e prodigioso nel gioco aereo con i suoi 194 cm. Ottimi ricambi un po' in tutti i ruoli ne fanno una squadra candidata al titolo. L'altra squadra di Liverpool che ha sfidato il Benfica in questa stagione è stata macellata con un passivo inequivocabile 0 a 7 nei due confronti. Nei sedicesimi è andata a spasso con i derelitti tedeschi dell'Hertha, negli ottavi è stata mandata avanti da un gol del talento brasiliano Alan Kardec, giovane verdeoro impegnano agli scorsi mondiali under 20 ed arrivato nel mercato di gennaio.
Benitez è molto contestato dai supporters dei reds che dopo stagioni in grande spolvero a livello europeo avevano fatto la bocca alla riconquista della Premier dopo la splendida campagna passata. Eppure la stagione era partita male visto che il fulcro del centrocampo, Xabi Alonso, aveva lasciato le sponde della Mersey per tornare a fabbricare calcio in Spagna. La sostituzione con Aquilani, già dubbia nei prodromi della trattativa, si rivelava fallimentare alla luce degli infortuni dell'italiano e della diversa potenzialità tecnica rispetto al basco. Con un Gerrard così così, un Torres a lungo infortunato e un gioco poco convincente, la compagine di Liverpool si impantanava ben presto nella Premier dovendo dedicarsi anima e corpo alla ricerca di recuperare un posto in Champions e provare a portare a casa un trofeo che vinse per l'ultima volta nel 2001 in seguito a quell'epica finale coi baschi dell'Alavés di Vitoria. Il 4-2-3-1, marchio di fabbrica di Don Rafa, si fonda sulla presenza di diversi giocatori di calibro mondiale ad iniziare dal portiere Reina, per continuare col terzino destro Johnson, passare per la coppia di centrali Agger-Carragher e arrivare all'attacco dove sono presenti due fuoriclasse assoluti come Torres e Gerrard e altri ottimi giocatori, tra tutti Kuijt e Banayoun, senza dimenticare il frangiflutti Mascherano. Una rosa polposa e un ambiente da sogno per una sfida d'eccellenza che mette in palio ben 16 titoli tra europei e mondiali, tanti campionati e coppe interne ed un buon numero di finali raggiunte...! Vinca il migliore...!

mercoledì 17 marzo 2010



L'...ANCELOTTI E...GINEVRA: AMORE SPEZZATO.
E AL SORTEGGIO CI VA RE VIRTU'
( UNO DEI MOLTEPLICI AUTOTITOLI ELOGIATIVI...)!




Re Carlo all'ombra di Dio




Carletto l'ha fatta nel letto, e può darsi che il dispetto non sia andato giù al papà Roman, uno molto prodigo a scucire sterline per coronare un sogno di una Coppa Campioni che al Chelsea non hanno mai visto e che la storia dovrebbe riconoscere visto il debito accumulato dagli uomini in maglia blu in tutti questi anni di militanza ai massimi livelli del calcio continentale. Una volta si perde ai rigori in semifinale col Liverpool (2007), un'altra volta si scivola in finale dal dischetto (Terry, 2008), poi c'è l'Ovrebo di turno, insomma la mala sorte non da pace. Di solito il credito accumulato in così tanti anni di episodi, dettagli negativi, situazioni che hanno girato per il verso sbagliato, viene riscosso una volta per tutte, magari proprio grazie un episodio, un'occasione, un soffio di vento che fa cambiare la storia della partita, della competizione e quella tua personale di club sempre all'ombra dei grandi d'Inghilterra e da 12 anni a questa parte gigante con tutti i crismi per regnare grazie ai rubli del papà. Eppure gli episodi, i sibili di libeccio, per esser colti e andare quindi a favor di vento, hanno bisogno di essere assecondati, incoraggiati, stimolati.
Il prode Ancelotti da Reggiolo, chiamato al timone del panfilo battente bandiera russa, ha portato invece l'imbarcazione ad impantanarsi nelle secche orientandosi sulla bussola di un rivale abile a smascherare i limiti caratteriali dell'emiliano e facendone un punto di forza per approdare sul Lago di Ginevra e da lì godersi il panorama che offrirà il parterre delle squadre quarto-finaliste.
Se nella gara d'andata la squadra, la prestazione della stessa aveva nutrito i rimpianti per un arbitraggio monotematico che aveva privato i blues di due chiari penalty e dell'uomo in più, la gara di ritorno non si può giustificare solo con gli ennesimi misfatti arbitrali (due placcaggi in puro stile rugbistico nel primo tempo in area nerazzurra: il primo di T.Motta su Ivanovic ed il secondo di Samuel su Drogba) che pure stanno accompagnando sinistramente e costantemente le campagne europee dei londinesi senza che all'Uefa siano arrivati avvisi di garanzia. Detto che quattro chiari episodi regolamentari contro in 180 minuti sono un macigno davvero gravoso, la gara di Stamford Bridge non si può spiegare solo con la questione fischietto (peraltro un problema irrisolvibile ma alquanto attuale nella sua crudezza in questa stagione europea)
Ancelotti con quella sua faccia da pane e salame, quel comportamento molto british che lo ha fatto entrare da subito nelle grazie dei media e dei tifosi inglesi, con quel suo garbo in panchina ed umore in sala stampa, non ha fatto che rifornire di "carburante" lo squalo che si stava per divorare la barca che lo aveva ospitato e cullato per tre lunghe stagioni. E' buona norma insegnare a rifuggire le provocazioni, evitarle, mostrarsi moralmente superiori ed ignorare coloro che ne fanno buon uso. E' buona norma nella società di tutti i giorni quando le condizioni lo permettono poiché la convivenza forzata non si palesa, perché il semaforo verde scatta per il provocatore e per il superiore ed ognuno prende la sua strada. Sul ring però non si può perché l'avversario è presente, ti cerca, ti sfida con quelle armi, e con te per novanta e passa minuti in quel piccolo rettangolo verde e se tu ti elevi eticamente soccombi, a meno di avere così tante altre qualità da poterti permettere etica ed estetica: cioè io non cado nel tuo tranello perché sono troppo bello, troppo bravo che ce la posso fare anche comportandomi da Signore.
Mourinho sa benissimo di non essere un allenatore (categoria peraltro, a mio modo di vedere inflazionata) o meglio, sa benissimo che oramai di tattica ne masticano persino gli aborigeni australiani e che tra corsi, convegni, pubblicazioni specialistiche e navigazioni sul net spopolano asceti, guru, informazioni e siti che propinano sempre qualcosa di innovativo e i santoni si nascondono anche nella quarta divisione thailandese. Il suo block notes con le formule magiche carica di enfasi ancor più il personaggio e dissimula le vere virtù del portoghese.
Da persona intelligente, e soprattutto furbescamente calatosi nella parte del trainer, sa che le carenze di gioco (strutturali o no, questo è da discutere) della sua squadra vadano arginate con la pressione psicologica da infondere agli avversari (quindi anche arbitri) tramite sottili e studiate provocazioni alternate ad un gioco intimidatorio. Essendo una persona scaltra e un grande conoscitore del mercato internazionale, ha saputo contorniarsi di persone che potessero far decollare il suo piano e portare a termine il lavoro in gare dall'elevato contenuto tecnico in cui gli avversari superiori vanno fronteggiati e annichiliti psicologicamente in assenza di armamenti più efficaci. Meglio di una masnada di sudamericani per portare a compimento l'opera in giro non si trova: Thiago Motta, Lucio, Samuel, Milito hanno assolto al loro compito in tutti e 180 i minuti, con proteste, simulazioni, rotolamenti a terra dopo esser stati colpiti da fulmini: l'episodio del clamoroso fallo da rigore commesso all'andata da Samuel su Kalou che sarebbe valso l'espulsione dell'argentino è esplicativo; la sequenza successiva vede Samuel correre precipitosamente dall'arbitro per chiedere l'ammonizione dell'ivoriano causa evidente raggiro, ovvero un ribaltamento della realtà che non ha trovato opposizione negli scolaretti di Ancelotti. A Stamford Bridge la gara è stata vinta da Mourinho come si fosse su una tavola con un gioco in scatola di tematica psicologica dispiegato sulla stessa e Ancelotti ha prestato ancor più il fianco frustrato dalla paura di dover proteggere l'imberbe Turnbull, l'incubo del pre gara, dagli assalti dei giannizzeri mouriniani e snaturando le caratteristiche tipiche del Chelsea e di ogni squadra inglese che si rispetti: aggressività, ritmo, accelerazioni, intensità, unite alla tecnica e alla classe che le più forti dell'isola di Sua Maestà posseggono in larga dose. Spersonalizzata e privata del britannico "brave spirit", il Chelsea è naufragata anche dal punto di vista di un gioco ingiustificato assente dopo che l'era Hiddink si era chiusa in fanfara e che Ancelotti era stato assoldato per chiudere il cerchio con la vittoria nella coppa più importante del continente attraverso un football che secondo i propositi sarebbe dovuto essere folgorante, scintillante, sfavillante e chi più aggettivi laudativi possiede, più ne metta. Invece il filo intersecato per alcuni momenti in Premier, che per buona parte dell'inverno aveva visto una squadra solida e soprattutto spettacolare, è andato via via ingarbugliandosi sino al triste epilogo di ieri sera.

mercoledì 24 febbraio 2010



GROSS...PRESTAZIONE!






Gross si frega le mani o impreca per l'occasione gettata al vento?





Avevo avuto quasi un segno premonitore, la convinzione che il sorteggio che vedeva opposto il Barcellona allo Stoccarda fosse meno scontato di quanto indicassero le graduatorie di meriti stabilitesi dal monopolio blaugrana su tutto ciò che somigliava ad un trofeo. Forbice allargatasi ancor di più nell'ultima parte di anno che festeggiava i catalani sul tetto del mondo e gli svevi invece a boccheggiare sul fondo della classifica della Bundesliga, risucchiati pericolosamente in una lotta che li vedeva impreparati ed estranea allo status conferitogli dall'ultima Bundesliga suggellata dalla scalata al terzo posto, viatico per i preliminari della coppa dalle grandi orecchie. Un'involuzione che era riassunta da una combinazione di tre numeri, utile ad aprire una cassaforte senza più fondi da custodire. 2-6-7 : ovvero in ordine, vittorie, pareggi e sconfitte, il tutto al 5 dicembre scorso. Un percorso che aveva condotto nel buio dei bassifondi di classifica, al sedicesimo posto, in piena bagarre con squadre equipaggiate con tute da minatori con tanto di picconi, caschetti e torce, per farsi luce tra le mille avversità di quei meandri.
Ringraziato Babbel, che da "assistant manager", si era ritrovato a guidare la squadra e condurla sino al terzo posto finale dopo il licenziamento di Veh (a cui si deve lo scudetto del 2007), si decideva si dare una nuova sterzata, come quella impressa l'anno precedente e quasi nello stesso periodo della stagione. E quindi: via il giovane Markus e dentro alla mischia il navigato Christian Gross, passaporto svizzero, segni particolari, 10 anni al Basilea con vari titoli e coppe nazionali a far bella mostra nel suo curriculum di allenatore.
In dote gli veniva lasciato il sedicesimo posto nella Bundesliga dei diciotto e un'imminente decisivo scontro contro i romeni dell'Unirea Urziceni da giocarsi tre giorni dopo il suo insediamento e da vincere per accedere alla fase ad eliminazione diretta.
Sappiamo tutti come è andata e si conoscono anche i risultati in Bundesliga che hanno rigenerato completamente la squadra della città più "automobilistica" della Germania. Sei vittorie, un pareggio a Magonza (alla prima di Gross in campionato) subito a tempo scaduto e una sola sconfitta contro l'Amburgo super attrezzato di Labbadia.
Il mercato di gennaio ha visto diverse partenze di giocatori poco utilizzati o con contratto in scadenza (Magnin, Simak, Basturk e Hitzlsperger) , il prestito di Elson (Hannover) e l'arrivo in prestito oneroso di Molinaro, conteso con l'Atletico Madrid.
Dunque era divenuta un'altra squadra quella sveva con la stessa determinazione del primo periodo della gestione Babbel e per contro catalani che dopo l'abbuffata dell'anno scorso ogni tanto avevano preso l'abitudine a prendersi qualche pausa ma che risultano sempre efficaci in campionato e in Europa quando si tratta di leggere il risultato al termine delle gare. La stessa avrà però uno svolgimento che andrà ben oltre le mie previsioni ottimistiche riguardo i tedeschi. Ma andiamo con ordine.
Gross schiera il consolidato 4-4-2 fatto di molti punti fermi a partire dal portiere, il veterano Lehmann, il difensore centrale Tasci, il laterale destro Celozzi, il centrocampista centrale, capitano e faro della squadra Khedira, il suo compagno di reparto Trasch, le due ali, a destra il giovane Gebhart, a sinistra l'ex blaugrana ed ex figliol prodigo Hleb e davanti il russo Pogrebnyak. Otto elementi imprescindibili nelle nove gare del nuovo corso ai quali per l'occasione si aggiungono l'altro difensore centrale, Delpierre, il laterale mancino, l'italiano Molinaro, e l'altra punta, il naturalizzato tedesco Cacau. I tre sono in ballottaggio rispettivamente con Niedermeier, Boka (al momento out per infortunio) e Marica mentre il tecnico di Zurigo utilizza poco Kuzmanovic, Hilbert e Rudy (più che altro a gara iniziata) e ancor meno Osorio, Boulahrouz, Shieber e Lanig, in un organico nel suo complesso di livello più che buono tra un mix di esperienza e tanti talenti giovani, protagonisti nelle nazionali tedesche giovanili che tanti successi hanno inanellato nelle scorse due annate.
Guardiola risponde col consueto 4-3-3 che deve fare a meno del la terale destro d'assalto Dani Alves e della prestanza atletica nell'altra fascia di Abidal. Messo Puyol sulla destra e Maxwell sulla mancina, il ruolo di centrale al fianco di Piquè è coperto da Marquez, Iniesta va a fare l'esterno alto a sinistra del tridente con Henry accomodatosi in panca e quindi Xavi occupa il suo posto a centrocampo con l'inserimento di Busquets sulla destra e Yaya Tourè nel classico ruolo di frangiflutti in mezzo sulla mediana. Copione rispettato nei primi 10 minuti con un Barca attivo e reattivo e che detiene il solito pallino della gara e prova qualche affondo in special modo sulla destra dove Messi coglie per un paio di volte Molinaro avanzato e colla sua classica andatura (che definirei "sorcina") si infila in area di rigore creando un pò di scompiglio. Non è furia blaugrana però, perchè lo Stoccarda ha letto con sapienza la gara e con intelligenza sta mettendo in atto una solida tattica difensiva ma non rinunciataria. Aggressività ed asfissiare i portatori di palla di centrocampo meno qualitativi (Yaya e Busquets) sono i dettami impartiti da Gross e rubando la palla velocizzare immediatamente con Hleb e Molinaro sulla sinistra per creare superiorità numerica su Puyol preso in mezzo anche a causa della mancanza di tempismo di Marquez nelle chiusure in raddoppio. I cross del sorprendente Molinaro fioccano come i suoi inserimenti e la precisione nel fare entrambe le cose stupisce quasi quanto la crescente difficoltà dei blaugrana. Lo Stoccarda ruba palla, pallino e inerzia della gara ai catalani, costretti a subire anche centralemente visto che sia Trasch che Khedira lavorano in chiusura ma fanno ripartire l'azione repentinamente e spesso il baricentro avanzato del Barcellona lascia campo e spazio al fulmineo Cacau, spalleggiato da un superlativo Pogrebnyak, abile in tutte le fasi di gioco: dalla protezione della palla, alla fase di sponda, dall'affondo individuale, allo scambio di prima. E' davvero un evento vedere il Barcellona perdere lo scettro del dominio del gioco e patire quasi ad ogni azione avversaria. La fascia sinistra dello Stoccarda è terreno di conquista e Molinaro sfodera una prestazione superlativa ma il gol, oramai maturo, arriva dalla parte opposta quando un centro millimetrico e liftato di Celozzi sbatte sulla zucca di Cacau il quale impallina V. Valdés, impotente nell'occasione. Apertura dello score ovvia, ma il seguito è ben peggiore per la banda di Guardiola che deve subire un assedio che durerà per tutto il primo tempo. Passata sotto silenzio una dubbia azione in area blaugrana (mani di Piquè: forse involontario ma ferma un'azione da rete), prima Piquè salva in corner su un affondo di Cacau, poi lo stesso brasiliano-tedesco scalda i guantoni di Valdés con un tiro ravvicinato. A questo punto è un monologo e le situazioni di mischia in area si ripetono anche grazie allo sfruttamento di punizioni battute con celerità dai tedeschi che l'arbitro consente giustamente ma che sorprendono più volte centrocampo e difesa catalana. Solo al 40° il Barca spezza l'assedio con un tiro semi-innocuo di Messi che Lehmann fa di tutto per far divenire pericoloso accartocciandosi goffamente e facendosi scavalcare dal pallone che termina lemme lemme la sua corsa sul palo alla sinistra del portiere tedesco. Ma il finale di tempo è nuovamente di marca sveva con Valdés che salva ancora su Pogrebnyak e poi l'arbitro sorvola su un affossamento in piena area di Gebhart che meriterebbe maggiore analisi. Nettamente Stoccarda ai punti che si può mangiare le mani per non aver marcato un altro paio di gol almeno. E' chiaro come il sole d'agosto che il Barca non tornerà in campo in quelle condizioni ed è facile immaginare che il dispendio fisico-mentale verrà in qualche maniera pagato, ma la sensazione di aver soggiogato a piacimento il grande Barcellona rimane e negli ultimi anni nemmeno il Chelsea di Hiddink era riuscito nell'impresa di mettere sotto i catalani nel loro sport preferito: comandare gara ed inerzia delle partite in modo pressochè continuo per tutto lo svolgimento delle stesse.
Il secondo tempo riparte sulla falsariga del primo e vede uno Stoccarda più intento a controllare le mosse avversarie che a proporre contromosse offensive anche se già al quarto minuto Cacau fa suonare un altro campanello d'allarme in area blaugrana con un lob un pò pretenzioso che si spegne alto sulla traversa. Contro il corso del gioco sono però i talenti del Barcellona ad indirizzare la fortuna. Lancio da distante, colpo di testa svettante in area del gigante Piquè e palla che giunge ad Ibrahimovic, dimenticato da Molinaro, al primo ed unico errore della gara (ma che si rivelerà decisivo). Tiro forte dello svedese che Lehmann respinge frontalmente, la palla, come fosse un boomerang, raggiunge lo scandinavo che fulmina Lehmann e gela lo stadio. Va detto che anche quest'azione penalizza lo Stoccarda in quanto i replay evidenziano una posizione di fuorigioco di Piquè al momento del lancio. Non si tratta di metri, ma è certo una mancanza della terna arbitrale. Riassestatasi dal colpo subito, lo Stoccarda riprende a giocare con piglio ambizioso ma le energie non sono più quelle della prima parte e l'incessante possesso palla dei catalani finisce col togliere minuti di gioco alla gara e raffreddare l'ardore tedesco. La contesa non perde di spettacolarità però e di nuovo Kuipers favorisce i rossoblu andando a fischiare un offside inesistente su uno scambio veloce che avrebbe messo Hleb nelle condizioni di servire un assist d'oro a Cacau, piazzato a centro area. Poco dopo, su un corner di Messi la palla sbatte sul braccio di Ibrahimovic dopo una "cantada" di Lehmann, uscito completamente a vuoto sul facile traversone: lo svedese batte a rete e Molinaro con astuzia, appostato sulla linea di porta alza il braccio destro e devia in corner. Sarebbe rigore se non fosse che lo stesso Ibrahimovic aveva colpito la palla con l'arto superiore del corpo prima di sferrare il tiro. L'arbitro, nonostante questi errori, favoriti anche dalla mal attuazione dei guardalinee, ha la capacità di lasciar giocare e permette di non far perdere ritmo alla partita e di questo gliene va dato atto. Proprio una di queste punizioni battute velocemente consente a Molinaro di presentarsi in posizione favorevolissima sul fondo ma il suo tiro-cross viene messo provvidenzialemtne in angolo da Valdés che anticipa Marica, subentrato ad un encomiabile Pogrebnyak qualche minuto prima. Altri fuorigioco dubbi fischiati allo Stoccarda (che avrebbe di che lamentarsi...ma che non lo farà a fine match) e la partita arriva presto negli ultimi 10 minuti che il Barca fa passare "trattando" il pallone e mettendo in scena un torello anche un pò stucchevole. La gara finisce su un fallo di Khedira, che trattiene per la maglia Messi lanciato verso la metà campo avversaria e che vede un tentativo di reazione della "pulce" ed una spinta di Ibrahimovic allo stesso Khedira che avrebbe dovuto essere sanzionata. Tutto rimandato al Camp Nou dunque, anzi, tutto rimandato ai quarti per il Barca, che dopo essere scampato indenne a questo tifone non può che ritenersi con un piede e mezzo nel turno successivo anche perchè gli spazi del Camp Nou potrebbero diventare troppo enormi da coprire per una squadra che ha dato tutto all'andata nella speranza di garantirsi un futuro, ma che è solo passata vicino al treno, in verità un accelerato stasera, senza salirci. Carpe Diem !

venerdì 15 gennaio 2010


IL CONTINENTE...VERO!


E alla fine Palanquinha non ha fatto il miracolo per i padroni di casa e dopo il botto iniziale con la messa a repentaglio della manifestazione e del suo svolgimento in seguito all'attacco alla nazionale togolese il finale non ha registrato scosse e la Coppa d' Africa è finita nelle mani di sempre, di quei Faraoni predoni di trofei da offrire al loro Dio Ra. E' oramai una consuetudine che si ripete per la terza volta consecutiva per la corazzata del panorama africano che vanta il maggior numero di trofei (7), di finali disputate (8), e di partecipazioni (22). Il Real Madrid fatto a nazionale del continente che "spinge" (in tutti i sensi) verso l'Europa.
L'Egitto è la nazionale che ha giocato il miglior calcio, il più organizzato, il più risoluto benchè la somma dei talenti individuali non arrivi a quella di almeno altre 4 nazionali presenti alla rassegna. Ma ai posteri resterà, oltre al risultato indelebile scolpito sui papiri, anche una sensazione di completezza, compattezza e competitività che non può lasciare indifferenti.
Si è tanto, troppo discusso sul livello medio della manifestazione e i tanti detrattori hanno sparato mitragliate ben più mortifere di quelle dell' attacco nell'enclave petrolifera di Cabinda rivendicato dal FLEC (acronimo del Fronte di Liberazione dell'Enclave di Cabinda).
Però gli alibi che possono produrre gli africani sono sufficientemente consistenti per essere rinviati a giudizio tra qualche mese qualche grado di latitudine più a sud quando in Sudafrica ne vedremo delle belle, statene pur certi.
Dicevamo delle scusanti. Caldo in primis, al quale i numerosi interpreti abituati al gelo di questo inverno europeo, hanno dovuto assimilirare adattandosi forzatamente. Terreni di gioco non sempre il linea con un calcio moderno: gibbosità, sabbiosità, hanno di fatto alterato la qualità del gioco. Scarsa coesione di squadra visto che quasi tutti gli interpreti delle squadre favorite si vedono col contagocce, sparsi tra tutti i campionati europei (e non solo) e le amichevoli (a differenza delle nazionali del vecchio continente) non sono all'ordine del giorno. Se a ciò addizioniamo diverse assenze di riguardo causa infortuni o mancate chiamate, il quadro è abbastanza delineato affinchè l'asprezza di giudizio possa essere almeno sospesa.
E in effetti la rassegna ha lamentato carenze di spettacolo a volte così evidenti da apparire davvero fuori luogo visto l'enorme tasso tecnico di alcune formazioni nonostante defezioni illustri come quelle di Marocco, Senegal, Sudafrica su tutte, ma anche Guinea e Repubblica Democratica del Congo.
Proviamo quindi a fare un breve escursus sulle 16 partecipanti iniziando da chi ha deluso maggiormente.
KONE' DI...VOMITO: candidata principe ad alzare un trofeo vinto solo una volta nel 92 e per giunta ai rigori, la formazione di Halilhodzic ha lasciato dietro di se una scia di squadra incompiuta e che potrebbe pregiudicare seriamente la permanenza alla guida tecnica degli "Elefanti" dello stesso tecnico bosniaco. Due gare nel gironcino monco e poi lo scontro decisivo nei quarti contro un'Algeria dominatrice e che nei supplementari avrebbe potuto ridurre in una poltiglia Drogba e compagni. Una rosa stellare (e sono rimasti a casa Romaric, Arouna Konè, Ya Konan, Seydou Doumbia, Lolo, Sekou Cissè, Sanogo tra gli altri) dalla quale al posto del Petrolio è stata estratta sabbia, come quella copiosamente presente nei campi angolani. Siamo certi che in Sudafrica sarà tutt'altra musica. Voto 3.
CAMERUN CON...VISTA (...CASA): dopo una serie di prestazioni raccapriccianti che sono culminate con un'eliminazione proprio nella gara nella quale i leoni molto domabili hanno espresso qualcosa in più del nulla delle precedenti 3 partite, il Camerun torna mestamente nella sua savana sbranato senza aver mai dato la sensazione di essere il Re della foresta. Rigobert Song, un'icona sbiadita dal tempo a comandare la difesa, mentre il giovane franco-camerunese Bassong rimasto a Londra, così come sono restati in Europa M'Bami, Atouba, Assou-Ekotto, Ze Meyong, Kome, non certo gente determinante per le sorti (questi cinque, non certo Bassong che lo sarebbe stato) ma tanto per far capire le potenzialità della rosa. Un Eto'o da brividi freddi (Makoun, R.Song e Geremi nel poker di due di picche) nel caldo angolano e del resto della truppa si è salvato solo Alexandre Song. Voto 3.
KESHI...FUOR D'ACQUA: la rocambolesca rimonta contro gli anfitrioni, oltre ad essere stato uno dei rari lampi di spettacolo puro di questa edizione della coppa d'Africa, sembrava poter delineare un cammino fatto di lunga vita per le aquile maliane. Invece, le precarie condizioni fisiche di Momo Sissoko e Mahamadou Diarra e la sterilità di Kanoutè hanno fatto il resto. Seydou Keita, generoso, non ha potuto da solo cantare e portare la croce di una squadra che mai ha dato la sensazione di essere arrivata in Angola col chiaro intento di guadagnarsi un posto al sole. Già le convocazioni avevano svelato una partecipazione dal profilo non consono alle potenzialità di quel paese. Una difesa priva di Kante, Djimi e Sammy Traorè, l'attacco senza la verve di Dramani Traorè e altre assenze minori ma pur sempre significative di un movimento che potrebbe ancora crescere con i giovani franco-maliani che potrebbero rinforzare lo stato sub-sahariano se optassero per il Mali. Keshi, che aveva portato il Togo ai mondiali (2006) per la prima volta, non è riuscito a trascinare la squadra nemmeno ai quarti. Voto 4.
MESSA IN UN...ANGOLA: l'avvenente moglie del Presidente Dos Santos si divertiva come una Pasqua nel suo elegante completo viola alla messe di reti che le "Pantere Nere" stavano rifilando al malcapitato Mali. Gli scoppiettanti quindici minuti finali riservavano solo dolori e delusioni che costellavano un apocalittico finale e il rocambolesco 4-4 che ne derivava. La vittoria sul Malawi e l'X con l'Algeria cucivano un quarto di finale che appariva tra i più abbordabili vista la caterva di infortuni che aveva colpito la spedizione ghanese sin dapprima dell'inizio del torneo e proseguita con la gravissima perdita del faro Essien.
Invece le sabbie mobili architettate dal non gioco della formazione di Rajevac mietevano le speranze degli angolani e di un'intera nazione che aveva approntato una manifestazione a prova di bomba (ma non aveva fatto caso ai...mitra) con tanto di stadi nuovi tirati su dagli onnivori cinesi. Una dipartita anticipata e in sordina, e il sogno di alzare la Coppa dovrà ancora attendere. Bene il semi sconosciuto Mabinà e il bomber Flavio. Voto 4.5
AMODU...MIO: da una tale quantità di giocatori di livello è partorita un'accozzaglia di uomini che per andare al mondiale ha dovuto benedire il suicidio tunisino in Mozambico e rispolverare il sempre utile Martins in veste di goleador ritrovato. Coperta un pò in tutti i ruoli, la coperta si è rivelata un velo di seta pronto a volar via al primo soffiar di vento e superato il gruppo dov'era francamente impossibile poter essere eliminati, ha preso la ruota della fortuna nella lotteria dei rigori contro lo Zambia in una gara in cui era stata sostanzialmente dominata dagli avversari. Squadra non squadra, vissuta d'istinti e momenti, ha trovato la sua morte sportiva contro un Ghana che definire non irresistibile è puro eufemismo. Tra i salvati, Shittu ed Obasi; tutti gli altri tra i sommersi nonostante un terzo posto che alla fine della giostra ripaga sotto certi versi la federazione. Voto 5
GHANA...? NO,...PIERDE...! una finale persa al minuto 85 ma raggiunta al termine di un torneo fatto di barricate che dalle "cinque giornate di Milano" dei moti anti austriaci del 1848, non se ne avevano più tracce. Rajevac ha predisposto un modulo piuttosto efficace e di semplice comprensione ed attuazione. Un portiere e 10 giocatori davanti a difendere la meta. Scusanti più di quelle di un barbone sorpreso a rubare un salamino dall'ipermercato ad iniziare dalla sfilza di infortuni pre-torneo. John Mensah, John Paintsil, Laryea Kingston, il malaticcio Tagoe, Appiah. Le mancate convocazioni di Muntari, reo di bisticcio con il tecnico, quella di Derek Boateng sostituto degli infortunati ma rifiutato dal Getafe, e poi le incertezze su due giovani che ballano tra il Ghana e la loro altra scelta: l'italo-Balotelli e il germano-K.P. Boateng. Posto tutto ciò e posto che si è comunque giunti in finale, lo spettacolo è stato semideprimente. Bene Inkoom e Vorsah. Voto 5.5
ATTACCO DI...CHERMITI: Benzarti si aspettava poco, nulla probabilmente da una squadra rinnovata e con soli sei elementi calcanti i campi di gioco europei. Un solo over 30 (il portiere di riserva Nefzi), un ventinovenne (Mrabet) e per il resto giovani e giovanissimi alcuni alla prima convocazione, altri con pochi gettoni di presenza per una squadra nuova dal midollo. Torna a casa senza aver perso, in un gruppo equilibrato e con la sensazione di aver almeno parzialmente lavato via la delusione dell'incredibile mancato pass mondiale perso in Mozambico quando tutto lasciava presupporre che le aquile di Cartagine potessero andare al loro quarto mondiale consecutivo. Si ritorna a Tunisi con la certezza di avere un gruppo giovane ed in grado di crescere e ridare lustro al calcio tunisino come nel recente passato. Voto 6.
IMPARA...DUARTE: privo del povero Togo, il gironcino con Costa d'Avorio e Ghana era sulla carta più che proibitivo ma la talentuosa squadra del portoghese Duarte ne è uscita a testa alta. Rosa ristretta ma di qualità alla quale sono mancati gli spunti del "biondo" Bancè, evirato poco prima del debutto, per incomprensioni tipicamente africane, i burkinabesi hanno tenuto in scacco il Brasile d'Africa (la Costa d'Avorio) e perso immeritatamente contro il Ghana. Buoni spunti della freccia zigzagante Pitroipa, in ombra le due punte di rilievo: il nizzardo Bamogo e Dagano, icona del paese che una volta era l'Alto...Volta. Poco utilizzato il talentino del CFR Cluj Yssouf Konè, ivoriano di nascita come Bancè.
Voto 6.
GIOCA...BENIN: il piccolo stato a forma di coscia di pollo che si allunga sino all'Oceano Atlantico abituato a non qualificarsi quasi mai, negli ultimi tempi ha perso questo brutto vizio e anche alla CAN 2010 c'era. Aggrappato all'unica stella, quel funambolo del PSG che risponde al nome di Sessegnon, il Benin era chiuso dal pronostico, ma ciononostante ha disputato delle discrete gare meritandosi ampiamente la sufficienza. Voto 6.
NOOIJ...CI SIAMO: quarta assoluta per i "Mambas" e tutto sommato la sufficienza è strappata con ragione. Squadra propositiva, con tentativi di calcio offensivo sulla carta piuttosto apprezzabili, la squadra del sud-est africano ha spremuto al 110% le proprie risorse invero piuttosto limitate e dopo aver giocato un brutto tiro mondiale alla Tunisia è anche andata a prendersi un punto. Nota di merito al tecnico olandese Nooij e voto 6.
MI MANDA MIO...COUSIN: alla quarta presenza, ospiterà la prossima edizione unitamente alla Guinea Equatoriale ed era il paese con meno abitanti tra i sedici presenti. Pochi elementi di valore tra i quali il veterano Daniel Cousin che dopo aver fatto gol in Francia si era trasferito all'Hull senza troppo successo e da questo gennaio vestirà la casacca granata dello storico club ellenico del Larissa. Aver battuto i potenti vicini del Camerun nella gara iniziale del girone è già motivo d'orgoglio e impresa da sottolineare. Essere usciti solo per il minor numero di reti segnate a parità di punti e differenza reti con Camerun e Zambia da orgoglio si trasforma in vanto e forse anche in rammarico. Voto 6.5.
ANTAR AL MONDIALE??...YA...HIA!! con un gol di rara bellezza del difensore centrale del Bochum la nazionale della mezza luna è tornata a calcare i palcoscenici mondiali a distanza dall'ultima partecipazione datata 1982. Uno spareggio al cardiopalmo giocato in campo neutro, in Sudan, in clima di guerriglia e vissuto ad alta tensione in entrambi gli stati con minacce e dispetti reciproci. Già appagati da questo illustre ritorno sulle scene planetarie, i biancoverdi maghrebini hanno subito una partenza shock venendo travolti dalla furia di una nazionale sconosciuta come quella del Malawi. Una batosta fragorosa (3-0) che però è stata assorbita bene e che ha partorito due prestazioni buone che hanno consentito a Matmour e soci di approdare ai quarti per sfidare i super favoriti della Costa d'Avorio. Quarti laddove hanno sfoggiato il vestito migliore andando a prendersi l'enorme soddisfazione di eliminare i favoriti principali dopo una gara tenace e che li ha visti sull'orlo del baratro ad un minuto dalla fine dopo il superbo gol di A.K. Keita, ma al quale hanno saputo immediatamente reagire con il pareggio repentino ed insperato di Bougherra. I supplementari sono stati stradominati e se la gara è rimasta in bilico sino alla fine è stato solo a causa degli errori madornali degli avanti algerini. La semifinale contro l'Egitto è stata tutt'altra storia ma la sensazione di una Coppa d'Africa completa rimane. Da segnalare Bougherra e Matmour su tutti. Voto 7.
MALAWI...DI...STAGIONE: una squadra senza stelle ha creato una delle più grandi sorprese spazzando via una delle qualificate africane alla prossima coppa del mondo. Mwafulirwa e Kanyenda hanno banchettato contro la difesa algerina. Peccato non esser riusciti a confermarsi nei due match successivi ma l'impressione di seconda squadra rivelazione dopo lo Zambia rimane tutta. Voto 7.
DAVVERO IN...ZAMBIA: ottima, davvero eccellente la manifestazione dello Zambia in considerazione della pressochè sconosciuta rosa a disposizione di Renard in cui spiccavano i soli Mulenga dell'Utrecht e Chris Katongo dell'Arminia Bielefeld. E invece anche la mezza punta Kalaba è emersa disputando un torneo sopra le righe si è rivelato un'autentico gioiellino il sedicenne Mbola parcheggiatosi al Pyunik Erevan (!) ma che ben presto troverà compratori di ben altro spessore. Un trottolino dal cross delizioso e dall'incessante proposizione ha sbalordito gli addetti ai lavori risultando il miglior terzino sinistro della coppa. Una squadra dall'età media piuttosto bassa e ben allenata dal francese Renard che erroneamente occupa la 70esima posizione del ranking mondiale. Uscita sfortunata ed immeritata ai calci di rigore contro la Nigeria. Avrei voluto vederla contro questo Ghana. A volte la storia si fa dal dischetto e questa volta le "pallottole di rame" (copper bullets) non hanno colpito nel cuore della storia. Voto 7.5.
ZINEDINE...ZIDAN: nessuno avrebbe scommesso una lira egiziana sui Faraoni colpiti ed affondati dall'Algeria nella navigazione verso il Sudafrica. Vogliamo novità, era il motto che arrivava dagli altri paesi africani fino all'Europa intera che credeva (me compreso) che mai e poi mai gli egiziani si sarebbero nuovamente issati sul tetto del continente nero. Lavoro e non scommetto, se scommettessi sarei sul lastrico e se avessi avuto il sentore che l'Egitto avrebbe potuto...beh, allora mi sarei goduto almeno una vacanza ai Caraibi coi soldini raggranellati dall'azzardo. Il problema dell'Egitto è che i problemi (vedi assenze di Aboutrika, Barakat, Zaki, Homos, Shawky e anche del reietto Mido) li trasforma in risorse (l'incommensurabile Nagy "Gedo") e i problemi degli altri che incontrano l'Egitto formato Coppa d'Africa diventano guai. 6 match, 6 vittorie: tutte senza appello. Gioco lineare e continuo inghirlandato dal tocco di magia di Gedo, al secolo Mohamed Nagy Ismail Afash, che si alza dalla panchina negli ultimi minuti della gara e la va a decidere (o a sigillare) con una rete. Così è stato anche nella finale contro un Ghana che dopo lungo boccheggiare aveva messo la testa fuori negli ultimi minuti ma che il prode Mohamed dal cognome vagamente ungherese si preoccupava di decidere dopo un scambio lussuoso regalando la terza coppa d'Africa consecutiva. Tanti i protagonisti di questa cavalcata. Dal portiere El Hadary ai difensori Gomaa, Moawad ed El Mohamady, ai centrocampisti Hassan e appunto Gedo, alle punte Moteab e soprattutto Zidan, vero fenomeno di sottovalutazione di questi anni nel calcio mondiale. Giocatore completo, può agire da prima punta come da mezza punta, largo sulla sinistra o in un ruolo più arretrato da centrocampista offensivo. Tanta qualità al servizio della squadra e del suo mentore e santone Shehata, vero amuleto dei Faraoni al quale presto sarà inaugurata una piramide.


Menzione speciale per il TOGO, avversato dalla sorte in virtù di un episodio gravissimo ma rimasto peraltro isolato a dimostrazione che le condizioni di sicurezza garantite sono state efficaci ed il torneo si è svolto regolarmente così come precipitose ed irrispettose per l'intero continente africano sono apparse le grida di allarme per l'imminente mondiale. Si ricorda a tutti che il Sudafrica non più di qualche mese addietro ha organizzato in modo impeccabile la Coppa delle Confederazioni e che le varie nazionali (e club) africane/i che disputano le qualificazioni o le coppe interne sono sempre state circondate dalla massima attenzione degli organi di controllo della sicurezza dei rispettivi paesi. Quindi, seppur deprecabile e sanguinario, l'attacco al pullman del Togo è decontestualizzato dalla manifestazione, svoltasi secondo canoni di assoluta serenità. Al Togo diamo un 10, molto meno alla propria federazione che ha fatto viaggiare la delegazione in pullman anziché in aereo, e molto meno ancora alla CAF che ha deciso in maniera alquanto singolare per un'esemplare punizione alla nazionale degli "sparvieri", privati delle prossime due edizioni della coppa.





LA MIA TOP 11

EL HADARY
INKOOM-SHITTU-BOUGHERRA-MBOLA
EL MOHAMADY-KALABA-NAGY "GEDO"
MATMOUR
MULENGA-ZIDAN

TECNICI: SHEHATA E RENARD.





LA MIA FLOP 11

MWEENE
GEREMI-RIGOBERT SONG-BAMBA-TAMBOURA
MAHAMADOU DIARRA
MAKOUN-YAYA TOURE'-TIOTE'
ETO'O-BAKARY KONE'

TECNICI: HALILHODZIC E KESHI.